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Tribunale di Roma 18 maggio 2013

L’atto di destinazione ex art.2645-ter cc contenuto in un testamento è affetto da nullità.  Nel caso di specie la testatrice (che riponeva poco affidamento sulle capacità di oculata amministrazione del marito) aveva costituito, per l’eventualità (poi verificatasi) che alla sua morte egli le fosse sopravvissuto, un  vincolo di destinazione su un immobile del quale aveva attribuito la comproprietà per quote indivise alle due figlie minorenni (nella misura del 37,5% ciascuna) ed al coniuge (nella misura del 25%), prevedendo, in particolare, quanto segue: a) che il vincolo sarebbe durato fino al 31.12.2035, sì che solo dopo tale data l’immobile sarebbe stato liberamente alienabile dai tre comproprietari; b) che ne sarebbero stati beneficiari (cioè avrebbero avuto diritto alle rendite prodotte dal bene) sia le figlie che, ove necessario, il coniuge, in quanto esso era stato istituito per il mantenimento delle figlie nonché “ricorrendone le condizioni”, del coniuge; c) che gestore dell’immobile (e dunque incaricato anche della distribuzione delle rendite suddette) sarebbe stato, per tutta la durata del vincolo, un “comitato di amministrazione” del quale la de cuius aveva individuato i componenti.

La nullità suddetta discende dalle seguenti argomentazioni: a) la norma non indica il testamento quale titolo costitutivo della destinazione, mentre, per istituti affini quali le fondazioni e il fondo patrimoniale, ha espressamente previsto la costituzione sia per atto pubblico che per testamento (e tale ragionamento può estendersi anche al trust, poiché l’art. 2 della Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L’Aja il 1° luglio 1985 e ratificata con legge n°364 prevede che esso possa essere contenuto in un atto sia tra vivi che mortis causa); b) l’art. 2645-quater c.c., nel porre l’obbligo di trascrizione degli atti costitutivi di vincoli di natura pubblicistica su beni immobili, fa riferimento ai contratti e agli altri atti di diritto privato “anche unilaterali”; c) l’argomento letterale (che fa leva sulla riconducibilità del testamento pubblico alla categoria degli “atti pubblici” cui la norma fa riferimento) prova troppo; d) la norma costituendo deroga al principio della responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c., non appare suscettibile di un’interpretazione estensiva; e) la norma richiede, rinviando all’art.1322, 2° comma, c.c., un controllo di meritevolezza in ordine agli interessi da realizzare, ma un siffatto controllo non è ipotizzabile per il negozio testamentario, poiché la successione mortis causa è organicamente ed autonomamente regolata dal legislatore, il quale indica quali sono, in tale contesto, gli strumenti per la “circolazione” dei diritti; f) la durata eccessiva dell’atto di destinazione in esame lo pone in conflitto (rendendolo immeritevole di tutela) con il suo fine dichiarato (nel 2035, infatti, le due figlie della de cuius avranno superato i trenta anni d’età e dunque saranno da tempo maggiorenni); g) l’assoluta coincidenza, nell’atto di destinazione in esame, fra soggetti comproprietari del bene vincolato e soggetti beneficiari del vincolo rende il negozio giuridicamente irrilevante, a prescindere dalla posizione che si intenda assumere in ordine alla natura reale o obbligatoria del vincolo stesso e, dunque, del diritto del beneficiario (nel primo caso, infatti, vi sarebbe coincidenza fra soggetto proprietario del bene affetto da una limitazione “reale” e soggetto titolare di detta limitazione, mentre nel secondo un medesimo soggetto sarebbe, al tempo stesso, debitore e creditore delle prestazioni previste nel negozio).

Provvedimento massimato dall’Avvocato Saverio Bartoli (riproduzione riservata)

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