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Le clausole di irrevocabilità

Le clausole di irrevocabilità

di Saverio Bartoli – Daniele Muritano (estratto da: a cura di M. Bianca e Alessandro de Donato, AA. VV., Dal trust all'atto di destinazione patrimoniale. Il lungo cammino di un'idea, Milano 2013)

A) Premessa

Com’è stato osservato[1], la dottrina tende ad utilizzare il termine ‘‘revoca’’ del negozio di destinazione con riguardo a due fenomeni fra loro affatto eterogenei, cioe` - da un lato - la dichiarazione del disponente successiva a quella volta a porre in essere il negozio di destinazione e mirante ad impedirne il perfezionamento (o comunque, nel caso di testamento[2], l’efficacia ab initio), dall’altro lato la dichiarazione del disponente successiva a tale perfezionamento e mirante ad impedire l’ulteriore esecuzione del negozio (e, dunque, a far cessare il vincolo di destinazione).

All’istituto della revoca nella sua prima accezione e` dedicata la successiva lettera B), mentre nella sua seconda accezione[3] esso viene esaminato nella successiva lettera C)... (la versione completa di questo capitolo è reperibile su a cura di M. Bianca e Alessandro de Donato, AA. VV., Dal trust all'atto di destinazione patrimoniale. Il lungo cammino di un'idea, Milano 2013).

[1] Cfr Bartoli, Trust e atto di destinazione nel diritto di famiglia e delle persone, Milano 2011, 352 ss.

[2] A patto – s’intende – che si ritenga ammissibile un atto di destinazione testamentario (sul relativo dibattito v.amplius Bartoli, Trust e atto di destinazione cit., 61 ss).  In senso contrario cfr recentemente Trib.Roma 18.5.2013, inedito.

[3] Appare evidente come soltanto in questo contesto si ponga il problema dell’eventuale inserimento, nell’atto di destinazione, di una clausola di revocabilità dello stesso da parte del disponente. Per completezza, si evidenzia come esuli dall’indagine condotta nel testo il tema della revocazione ex artt.800 e segg. cc dell’atto di destinazione per ingratitudine o sopravvenienza di figli. Tale istituto (costituente una peculiare ipotesi di revoca della donazione, prevista dalla legge: cfr Torrente, La donazione, a cura di U.Carnevali e A.Mora, in Tratt. di dir.civ. e comm. diretto da A.Cicu – F.Messineo, Milano 2006, 672 ss.), stante il tenore dell’art. 809 primo comma c.c. parrebbe applicabile (cfr Bartoli, Trust e atto di destinazione cit., 357-358; Baralis, Prime riflessioni in tema di art.2645-ter cc, in AA.VV., Negozio di destinazione: percorsi verso un'espressione sicura dell'autonomia privata, Atti dei Convegni di Rimini in data 1.7.2006 e di Catania in data 11.11.2006, Quaderni della Fondazione Italiana per il Notariato, Milano  2007, 147) all’atto di destinazione avente causa liberale (e, dunque, natura di donazione indiretta: cfr Bartoli, Trust e atto di destinazione cit., 60-61) e non ricadente fra quelli che l’art. 805 c.c. dichiara esenti da detta revoca. Esso produrra` , relativamente ai beneficiari ed agli eventuali loro aventi causa, quegli effetti che sono descritti negli artt. 807, 808 c.c., 2652 n. 1 e 2690 n. 1 c.c.

Parimenti estraneo all’indagine condotta nel testo è il tema dello “scioglimento” dell’atto di destinazione in virtù dell’accordo in tal senso fra i soggetti coinvolti nel negozio (si ricorda che nei trusts regolati dalla legge inglese, per effetto della regola Saunders v. Vautier, lo scioglimento anticipato e` possibile, invece, previo consenso dei soli beneficiari “absolutely entitled” (cioè titolari di diritti certi nell’an e nel quantum, pur se eventualmente sottoposti a termine iniziale) e capaci d’agire, essendo irrilevante la volonta` del disponente e quella del trustee: cfr. Bartoli, Trust e atto di destinazione cit., 295-296). Tale accordo, secondo taluno, dovrebbe esser stipulato fra disponente, gestore e beneficiario [cfr. Petrelli, La trascrizione degli atti di destinazione, RDC 2006, §§ 12 e 18; Quadri, L’art.2645-ter cc e la nuova disciplina degli atti di destinazione, CI 2006, 1747-1749; Fratta Pasini, Il nuovo art.2645-ter del codice civile (le preoccupazioni del mondo bancario), in AA.VV., Negozio di destinazione: percorsi cit., 63], mentre per altra opinione esso vedrebbe quali parti (pur quando esistesse un terzo gestore) solo il disponente ed il beneficiario [cfr. Priore, Redazione dell'atto di destinazione: struttura, elementi e clausole, in AA.VV., Negozio di destinazione: percorsi cit., 190-191; Bianca M.-D’Errico-De Donato A.-Priore, L’atto notarile di destinazione. L’art.2645-ter del codice civile, Milano 2006, 39; Lanciani, Vincoli di destinazione (art.2645-ter cc). Redazione del contratto: problemi e possibili clausole, RN 2007, 310- 311; Morace Pinelli, Atti di destinazione, trust e responsabilità del debitore, Milano 2007, 260; Gambaro,  Appunti sulla proprietà nell’interesse altrui, TAF 2007, 172-173, il quale precisa che, una volta deceduto il disponente, i suoi eredi non potrebbero stipulare tale accordo in sua vece, sı` che il negozio potrebbe cessare solo per altra causa]; ritiene ammissibile una siffatta ipotesi di cessazione del negozio, pur senza precisare fra quali soggetti il relativo accordo debba esser stipulato, anche Di Sapio, Patrimoni segregati ed evoluzione normativa: dal fondo patrimoniale all’atto di destinazione ex art.2645-ter cc, DFP 2007, 1297. Appare forse da preferire la seconda delle tesi esposte: se il consenso del disponente appare, infatti, postulato dalla sua generale legittimazione (espressamente sancita dall’art.265-ter cc) ad agire nell’interesse della destinazione, non e` sicura la necessita` di quello del gestore, essendo egli interessato soltanto a ricevere comunicazione della stipula dell’accordo prevedente la cessazione anticipata del programma destinatorio (nello stesso senso cfr. Gambaro, Appunti cit., 172). Non puo` , pero` , escludersi che finisca per prevalere la prima tesi, che in definitiva applica un principio (quello dello scioglimento per mutuo consenso ex art. 1372 primo comma c.c.) desunto dal nostro diritto dei contratti.  Resta il fatto che la presenza del gestore alla stipula dell'accordo prevedente la cessazione anticipata del programma destinatorio appare, se non necessaria, quanto meno opportuna: essendo egli titolare dei beni destinati, infatti, a seguito della cessazione del programma destinatorio dovrà ritrasferiti al disponente e, se non possa o voglia farlo, costringerà il quest’ultimo ad avviare nei suoi confronti un’azione di cognizione ordinaria ai sensi dell’art.2932 cc, volta a ottenere mediante sentenza l’attuazione coattiva del suo obbligo inadempiuto di trasferire.

 

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