Giurisprudenza sull'atto di destinazione

In questa sezione è raccolta la giurisprudenza di merito e di legittimità più rilevante in materia di atto di destinazione.

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Cassazione n.1260/2019 - 18 gennaio 2019

La costituzione di un atto di destinazione ex art.2645ter sui beni del debitore con beneficiari tutti i creditori del concordato rende inefficace la trascrizione di ipoteca effettuata successivamente da un creditore concordatario in forza di un credito vantato nei confronti del detto debitore. Non vi è in questo caso, del resto, lesione della par condicio nei confronti di alcuno dei creditori.

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Tribunale di Firenze 21 settembre 2018

La meritevolezza degli interessi richiesta dall’art.2645ter non si esaurisce nella loro mera liceità, occorrendo un quid pluris rispetto ad essa. 
Non è ammissibile l’atto di destinazione autodichiarato (trattasi di obiter dictum al quale, però, non consegue una declaratoria d’ufficio di nullità, bensì l’accoglimento della domanda revocatoria proposta dal creditore).

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Tribunale di Roma 22 gennaio 2018

Non è ammissibile l’atto di destinazione autodichiarato (trattasi di obiter dictum in quanto la decisione ha ad oggetto un trust autodichiarato).

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Tribunale di Catania 14 dicembre 2017

E' ammissibile l’atto di destinazione autodichiarato (trattasi di un decreto di ammissione ad un concordato preventivo con apporto al piano da parte di un soggetto terzo mediante atto di destinazione).

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Tribunale di Trieste - Giudice Tavolare 22 marzo 2016

L’art.2645-ter cc non ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo tipo di negozio avente causa destinatoria (cioè l’atto di destinazione), ma ha soltanto inteso prevedere la trascrivibilità di «un particolare tipo di effetto negoziale, quello di destinazione», eventuale nonché «accessorio rispetto agli altri effetti di un negozio tipico o atipico cui può accompagnarsi».

Laddove si preferisca, invece, ritenere che art.2645-ter cc  abbia introdotto nel nostro ordinamento l’atto di destinazione, tale nuovo negozio, dovendosi indentificare la meritevolezza cui la norma fa riferimento con la liceità, deve realizzare (così come accade per il trust) interessi leciti ed ha una valenza «residuale», cioè può essere utilizzato solo se non si possa far ricorso, ad altri negozi tipici reperibili nel nostro ordinamento.

Un atto di destinazione autodichiarato avente ad oggetto l’immobile in cui la disponente convive more uxorio con altro soggetto e che ella già gli ha concesso in comodato vitalizio, mediante il quale la disponente intende garantire una residenza comune alla coppia ed un adeguato sostegno al partner e destinato a cessare alla morte di costui - salvo che siano prima intervenute la cessazione della convivenza ovvero l’alienazione dell’immobile da parte della disponente - è un negozio nullo per mancanza di causa, poiché mira in realtà al mero conseguimento dell’effetto della protezione patrimoniale e tutela il beneficiario in misura minore del suddetto comodato, poiché trattasi di vincolo destinatorio che può cessare a discrezione della disponente ove costei decida di alienare l’immobile: deve pertanto essere rigettata la domanda d’intavolazione di detto vincolo destinatorio.

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Tribunale di Novara 27 ottobre 2015

L’art. 2645-ter cc non ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo tipo di negozio avente causa destinatoria (cioè l’atto di destinazione), ma ha soltanto inteso prevedere la trascrivibilità di «un particolare tipo di effettonegoziale, quello di destinazione».

I beni oggetto di un atto di destinazione ex art.2645-ter cc non cadono nell’eventuale comunione legale del gestore né nella sua successione mortis causa.

I beneficiari di un atto di destinazione sono litisconsorti necessari nell’azione revocatoria promossa nei confronti di esso, considerata la natura reale di detto vincolo di destinazione ed il loro conseguente interesse a partecipare al giudizio, così come accade in tema di revocatoria del fondo patrimoniale poiché la Suprema Corte – cfr Cass.15917/2006 e Cass.21494/2011 – ritiene che la legittimazione passiva nel relativo giudizio spetti ad entrambi i coniugi, anche se l'atto sia stato stipulato da uno solo di essi, essendo il partner comunque beneficiario dell'atto.

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Tribunale di Prato 12 agosto 2015

Il riferimento alla meritevolezza degli interessi contenuto nell’art.2645-ter c.c. dev’essere interpretato nel senso che l’atto di destinazione può realizzare interessi anche meramente leciti, non occorrendo un quid pluris rispetto alla liceità.

Nel caso in cui la Alfa s.r.l. abbia supportato la proposta concordataria della Beta s.r.l. ponendo in essere, prima del deposito della relativa domanda da parte di quest’ultima, un atto di destinazione immobiliare autodichiarato sottoposto alla condizione sospensiva dell’omologa del concordato, dev’essere respinta la domanda revocatoria proposta, dopo tale omologa, da un soggetto creditore di entrambe le società (nel caso di specie: un istituto bancario in favore del quale la Beta s.r.l. aveva a suo tempo prestato fideiussione per un debito della Alfa s.r.l.), poiché detto soggetto avrebbe dovuto contestare il carattere pregiudizievole per le proprie ragioni creditorie di una siffatta proposta concordataria proponendo opposizione all’omologa ex art.180 LF

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Testo del provvedimento reperibile sul sito il caso.it


Tribunale di Trieste - Giudice Tavolare 22 aprile 2015

L’art.2645-ter c.c. non ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo tipo di negozio avente causa destinatoria (cioè l’atto di destinazione), ma ha soltanto inteso prevedere la trascrivibilità di «un particolare tipo di effetto negoziale, quello di destinazione», eventuale nonché «accessorio rispetto agli altri effetti di un negozio tipico o atipico cui può accompagnarsi».

Laddove si preferisca, invece, ritenere che art.2645-ter c.c. abbia introdotto nel nostro ordinamento l’atto di destinazione, tale nuovo negozio, dovendosi indentificare la meritevolezza cui la norma fa riferimento con la liceità, deve realizzare (così come accade per il trust) interessi leciti ed ha una valenza «residuale», cioè può essere utilizzato solo se non si possa far ricorso, ad altri negozi tipici reperibili nel nostro ordinamento.

Un atto di destinazione autodichiarato avente ad oggetto due immobili mediante il quale la disponente intende provvedere al mantenimento della nipote al fine di garantirle il diritto allo studio e la piena realizzazione delle sue aspirazioni di vita e professionali, riservandosi il potere di alienare detti beni, è un negozio nullo in quanto privo di causa, mirando in realtà al mero conseguimento dell’effetto della protezione patrimoniale, e comunque persegue interessi che la disponente ben potrebbe realizzare stipulando con la beneficiaria un contratto costitutivo di usufrutto sottoposto a termine o condizione: deve pertanto essere rigettata la domanda d’intavolazione di detto vincolo destinatorio.

(N.B. trattasi di due differenti pronunce rese in merito alla medesima vicenda)

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Testo del provvedimento reperibile sul sito il caso.it


Tribunale di Reggio Emilia 10 marzo 2015

L’art.2645-ter c.c. non ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo tipo di negozio avente causa destinatoria (cioè l’atto di destinazione), ma ha soltanto inteso prevedere la trascrivibilità di «un particolare tipo di effettonegoziale, quello di destinazione», eventuale nonché «accessorio rispetto agli altri effetti di un negozio tipico o atipico cui può accompagnarsi».

L’art.2645-ter cc non legittima la mera apposizione, da parte del disponente, di un vincolo di destinazione su beni che restano di sua proprietà, occorrendo dunque che tali beni vengano da egli trasferiti ad un terzo gestore.

Poiché l’art.2645-ter c.c. fa riferimento alla meritevolezza degli interessi, l’atto di destinazione non può mirare alla realizzazione di interessi meramente leciti, richiedendo la norma un quid pluris, cioè un interesse di rango tale che l’esigenza di tutela di esso possa prevalere sull’esigenza di tutela dell’interesse dei creditori del disponente, in difetto del quale tale negozio è affetto da nullità (nel caso di specie, l’atto di destinazione era stato stipulato per il «soddisfacimento delle esigenze abitative e in genere dei bisogni del nucleo familiare», aveva quale beneficiaria la figlia Caia e sarebbe cessato al compimento, da parte di costei, del quarantesimo anno d’età: il decisum ha escluso la sussistenza di tale quid pluris per l’eccessiva genericità della finalità del negozio e l’irragionevolezza della scadenza da esso prevista, «posto che l’autosufficienza di un figlio, e conseguentemente l’obbligo di mantenimento, è presumibilmente e normalmente raggiungibile ben prima dei quarant’anni»).

Un atto di destinazione ex art.2645-ter c.c. volto al soddisfacimento dei bisogni del nucleo familiare soggiace all’applicazione analogica dell’art.170 cc, dettato in tema di fondo patrimoniale: gli immobili che ne sono oggetto pertanto possono essere escussi, pur se tale negozio è stato trascritto prima del pignoramento, dal creditore del disponente che possa qualificarsi come “familiare” nell’ampia accezione costantemente datane dalla Suprema Corte (cfr. ad esempio Cass. n. 1295/2012) con riguardo al fondo patrimoniale (nel caso di specie un soggetto, socio di una società all’interno della quale egli svolgeva altresì la sua attività professionale, aveva stipulato tale atto di destinazione dopo aver prestato, in relazione ai debiti sociali ,una fideiussione in favore di una banca: il decisum qualifica quest’ultima come creditore “familiare” poiché la fideiussione del debitore “si riferiva a debiti di una società di cui egli si avvaleva per svolgere la sua attività di lavoro e, dunque, per sostentare la sua famiglia”).

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Tribunale di Reggio Emilia 27 gennaio 2014

L’art. 2645-ter cc non ha introdotto nel nostro ordinamento un nuovo tipo di negozio avente causa destinatoria (cioè l’atto di destinazione), ma ha soltanto inteso prevedere la trascrivibilità di «un particolare tipo di effetto negoziale, quello di destinazione», eventuale nonché «accessorio rispetto agli altri effetti di un negozio tipico o atipico cui può accompagnarsi».

L’art.2645-ter cc non legittima la mera apposizione, da parte del disponente, di un vincolo di destinazione su beni che restano di sua proprietà, occorrendo dunque che tali beni vengano da egli trasferiti ad un terzo gestore.

Non può essere omologato il concordato preventivo presentato da un società che ha presentato una domanda corredata da un piano prevedente l’apporto di beni immobili mediante trust da parte di un soggetto terzo (e precisamente un’altra società avente i medesimi soci), in quanto:

a) l’apporto del terzo è stato effettuato mediante un atto di destinazione autodichiarato (figura negoziale che – v.sopra - la pronunzia considera inammissibile); b) la trascrizione del negozio deve considerarsi nulla, essendo stata effettuata non già esclusivamente contro il terzo-disponente, bensì contro costui ed a favore della società proponente il concordato; c) prevedendo il negozio che il vincolo cesserà una volta venduti i beni destinati, ne consegue che il prezzo riscosso non si sostituirà ad essi quale oggetto del negozio destinatorio, situazione questa che risulta aggravata dall’omessa previsione di un obbligo del disponente-gestore di versare tali somme alla procedura; d) il negozio, prevedendo che i beni destinati potranno essere venduti, alternativamente, dal liquidatore giudiziale ovvero, previa autorizzazione giudiziale ex art. 167 LF, dal gestore, fa riferimento a modalità di vendita in concreto non praticabili (da un lato, infatti, il liquidatore giudiziale non può vendere – in assenza di una procura del gestore – beni di cui egli non è proprietario; dall’altro lato, l’art. 167 LF risulta inapplicabile ai beni di un soggetto diverso dal debitore in concordato).

Il divieto di azioni esecutive e cautelari previsto dall’art.168 primo comma LF, facendo la norma fa riferimento solo ai beni del debitore, non può applicarsi ai creditori del terzo che eventualmente supporti il piano concordatario.

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Tribunale di Trieste 22 gennaio 2014

L’art.2645-ter cc, il cui riferimento alla meritevolezza degli interessi perseguiti dev’essere interpretato nel senso che il negozio destinatorio deve realizzare (dovendosi giustificare il sacrificio dell’interesse dei creditori del disponente che da esso consegue) una finalità non già meramente lecita, bensì di rango superiore (e dunque costituente un quid pluris) rispetto alla mera liceità, si applica anche al trust.

Dev’essere respinta la richiesta di intavolazione di un trust immobiliare nel quale il disponente è, altresì, l’unico beneficiario (in quanto istituito “per garantire all’istituente i presupposti economici e finanziari atti al mantenimento del suo attuale tenore e qualità di vita, alla cura e all’assistenza - personale e medica - durante gli anni successivi al ritiro dall’attività lavorativa del medesimo, senza che mai debba soggiornare in istituti di assistenza o di cura comunque denominati, oltre a soddisfare eventuali diverse esigenze di vita anteriori a tale momento”), poiché tale atto, avendo quale esclusiva finalità il conseguimento della separazione patrimoniale onde rendere inattaccabile dai creditori il patrimonio del disponente e non perseguendo alcun interesse meritevole di tutela, tenta di elevare al rango di causa l’effetto tipico di detto negozio.

Il trust è un istituto con valenza «residuale» e non può dunque essere impiegato se, nel caso concreto, si potrebbe utilmente far ricorso ad altri negozi, tipici o atipici, reperibili nel nostro ordinamento civilistico (nel caso di specie: un investimento prevedente l’accantonamento del capitale con garanzie assicurative sulla relativa rendita).

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Tribunale di Torino 24 ottobre 2013 inedito

Dev'essere omologato un accordo di separazione recante l’obbligo, da parte dei coniugi di stipulare quanto prima un atto di destinazione ed avente il contenuto che segue: a- ne saranno disponenti i coniugi; b - ne sarà gestore la moglie e, dopo di lei, il soggetto nominato dall'autorità giudiziaria; c - ne sarà oggetto l'immobile a suo tempo adibito dai coniugi a residenza familiare e già oggetto di comunione legale fra costoro; d - ne saranno beneficiari durante la vigenza del vincolo destinatorio, cioè godranno dell’immobile abitandolo, la moglie e la figlia minore; e - esso durerà fino al momento in cui la figlia minore avrà conseguito l’indipendenza economica e comunque quando essa avrà compiuto 30 anni; f – ne sarà guardiano un soggetto munito di potere di veto sugli atti dispositivi o che migliorino o mutino la destinazione economica del bene.

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Corte d'Appello di Trieste 19 dicembre 2013

Poiché l’art. 2645-ter c.c. fa riferimento alla meritevolezza degli interessi, l’atto di destinazione non può mirare alla realizzazione di interessi meramente leciti, richiedendo la norma un quid pluris.

Dev’essere respinto il reclamo proposto dal debitore nei confronti della declaratoria di fallimento conseguente, ex art. 173 LF, al diniego della sua ammissione al concordato preventivo che egli aveva richiesto presentando un piano prevedente l’utilizzo di un atto di destinazione stipulato qualche mese prima, relativo a beni immobili ed indicante quali beneficiari i creditori risultanti dalle scritture contabili, poiché tale negozio è affetto da nullità per le seguenti ragioni: a) esso esclude dal novero dei beneficiari gli altri creditori anteriori al deposito della domanda (a titolo esemplificativo, la decisione menziona «eventuali crediti da atto illecito non ancora azionati» ed «eventuali sopravvenienze passive di natura tributaria»); b) impedisce anche ai creditori indicati come beneficiari di procurarsi cause legittime di prelazione; c) viola non solo l’art. 168, comma 1, ma anche l’art. 161, comma 6, LF, mirando a far ottenere al debitore una protezione del patrimonio anticipata esonerandolo dall’onere di presentare una domanda di concordato anche solo con riserva.

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Corte d'Appello di Roma 25 giugno 2013

Può essere trascritta (a favore e contro il soggetto interdetto) la sentenza di interdizione, costituendo l’art. 2645-ter c.c. in tema di atto di destinazione un idoneo supporto normativo in tal senso.

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Tribunale di Roma 18 maggio 2013

L’atto di destinazione ex art.2645-ter cc contenuto in un testamento è affetto da nullità.  Nel caso di specie la testatrice (che riponeva poco affidamento sulle capacità di oculata amministrazione del marito) aveva costituito, per l’eventualità (poi verificatasi) che alla sua morte egli le fosse sopravvissuto, un  vincolo di destinazione su un immobile del quale aveva attribuito la comproprietà per quote indivise alle due figlie minorenni (nella misura del 37,5% ciascuna) ed al coniuge (nella misura del 25%), prevedendo, in particolare, quanto segue: a) che il vincolo sarebbe durato fino al 31.12.2035, sì che solo dopo tale data l’immobile sarebbe stato liberamente alienabile dai tre comproprietari; b) che ne sarebbero stati beneficiari (cioè avrebbero avuto diritto alle rendite prodotte dal bene) sia le figlie che, ove necessario, il coniuge, in quanto esso era stato istituito per il mantenimento delle figlie nonché “ricorrendone le condizioni”, del coniuge; c) che gestore dell’immobile (e dunque incaricato anche della distribuzione delle rendite suddette) sarebbe stato, per tutta la durata del vincolo, un “comitato di amministrazione” del quale la de cuius aveva individuato i componenti.

La nullità suddetta discende dalle seguenti argomentazioni: a) la norma non indica il testamento quale titolo costitutivo della destinazione, mentre, per istituti affini quali le fondazioni e il fondo patrimoniale, ha espressamente previsto la costituzione sia per atto pubblico che per testamento (e tale ragionamento può estendersi anche al trust, poiché l’art. 2 della Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L’Aja il 1° luglio 1985 e ratificata con legge n°364 prevede che esso possa essere contenuto in un atto sia tra vivi che mortis causa); b) l’art. 2645-quater c.c., nel porre l’obbligo di trascrizione degli atti costitutivi di vincoli di natura pubblicistica su beni immobili, fa riferimento ai contratti e agli altri atti di diritto privato “anche unilaterali”; c) l’argomento letterale (che fa leva sulla riconducibilità del testamento pubblico alla categoria degli “atti pubblici” cui la norma fa riferimento) prova troppo; d) la norma costituendo deroga al principio della responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c., non appare suscettibile di un’interpretazione estensiva; e) la norma richiede, rinviando all’art.1322, 2° comma, c.c., un controllo di meritevolezza in ordine agli interessi da realizzare, ma un siffatto controllo non è ipotizzabile per il negozio testamentario, poiché la successione mortis causa è organicamente ed autonomamente regolata dal legislatore, il quale indica quali sono, in tale contesto, gli strumenti per la “circolazione” dei diritti; f) la durata eccessiva dell’atto di destinazione in esame lo pone in conflitto (rendendolo immeritevole di tutela) con il suo fine dichiarato (nel 2035, infatti, le due figlie della de cuius avranno superato i trenta anni d’età e dunque saranno da tempo maggiorenni); g) l’assoluta coincidenza, nell’atto di destinazione in esame, fra soggetti comproprietari del bene vincolato e soggetti beneficiari del vincolo rende il negozio giuridicamente irrilevante, a prescindere dalla posizione che si intenda assumere in ordine alla natura reale o obbligatoria del vincolo stesso e, dunque, del diritto del beneficiario (nel primo caso, infatti, vi sarebbe coincidenza fra soggetto proprietario del bene affetto da una limitazione “reale” e soggetto titolare di detta limitazione, mentre nel secondo un medesimo soggetto sarebbe, al tempo stesso, debitore e creditore delle prestazioni previste nel negozio).

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Tribunale di Roma 13 maggio 2013

Non è ammissibile un atto di destinazione testamentario.

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Tribunale di Genova 11 dicembre 2012

È ammissibile l’atto di destinazione autodichiarato.

L’atto di destinazione può avere ad oggetto anche beni diversi da quelli indicati dall’art.2645-ter cc (nel caso di specie: partecipazioni sociali).

Può essere omologato l’accordo di separazione che è stato preceduto dalla stipula, da parte dei coniugi, di un atto di destinazione autodichiarato sottoposto alla condizione sospensiva dell’omologa, avente ad oggetto due immobili e la partecipazione in una s.r.l., del quale saranno beneficiari, durante la vigenza del vincolo, il loro figlio minorenne nonché i coniugi stessi.

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Tribunale di Massa - Sezione Distaccata di Pontremoli - Giudice Tutelare 31 luglio 2012

Dev’essere negata ai genitori di due soggetti minorenni l’autorizzazione ad accettare, in loro legale rappresentanza, la posizione beneficiaria conferita ai medesimi da uno stipulando atto di destinazione ex art. 2645-ter cc avente ad oggetto un immobile di proprietà dei genitori stessi e quale finalità quella di assicurare il diritto di abitazione dei figli, in quanto: a) la meritevolezza degli interessi perseguiti richiesta dall’art. 2645-ter cc non si identifica con la mera liceità e dev’essere riferita solo ad interessi “superindividuali o sociali”, fra i quali non rientra l’interesse familiare; b) anche a voler ritenere che la meritevolezza in questione vada intesa come preminenza dell’interesse del disponente rispetto a quello dei suoi creditori, nel caso di specie tale preminenza non risulta provata.

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Tribunale di Saluzzo - Giudice Tutelare 19 luglio 2012

Non vi è necessità di autorizzare i genitori di soggetti minorenni ad accettare, in loro legale rappresentanza, la posizione beneficiaria conferita ai medesimi da un atto di destinazione ex art. 2645-ter cc avente ad oggetto un immobile di proprietà dei genitori stessi e quale finalità quella di far fronte ai bisogni della famiglia, avendo tale accettazione natura di atto di ordinaria amministrazione perché non comporta, per i minori, alcuna diminuzione patrimoniale né il mero rischio di tale diminuzione.

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Consultabile su I Dossier di Guida al Diritto, n. 49-50 del 22.12.2012, IX 


Tribunale di Verona 13 marzo 2012

Il riferimento alla meritevolezza degli interessi contenuto nell’art.2645-ter cc dev’essere interpretato nel senso chel’atto di destinazione non può realizzare interessi meramente leciti, occorrendo un quid pluris rispetto alla liceità.

Dev’essere revocata l’ammissione al concordato preventivo di una s.r.l. che, prima della proposizione della domanda di concordato, ha stipulato un atto di destinazione ex art.2645-ter cc autodichiarato liquidatorio a vantaggio dei creditori sociali “che vi aderiranno” ed avente ad oggetto immobili sui quali sono state iscritte, dopo la trascrizione di tale negozio ma prima della pubblicazione della domanda di concordato nel registro delle imprese, n°5 ipoteche giudiziali (N.B.: tali ipoteche sono state iscritte nel trimestre anteriore a tale pubblicazione, ma il provvedimento in esame è anteriore alla modifica, vigente dall’11.9.2012, dell’art.168 ultimo comma LF, per effetto della quale nell’ultimo comma della norma è stato inserito il periodo che  segue: “Le ipoteche giudiziali iscritte nei novanta giorni che precedono la data della pubblicazione del ricorso nel registro delle imprese sono inefficaci rispetto ai creditori anteriori al concordato”).

Detta revoca si giustifica per le seguenti ragioni: a) tale negozio, retrodatando il blocco delle azioni esecutive dei creditori ad epoca anteriore a quella indicata dall’art. 168, comma 1, LF, viola tale norma; b) tale negozio, intendendo soddisfare solo una parte dei creditori (cioè quelli anteriori alla pubblicità del vincolo) e per giunta conferendo la posizione beneficiaria solo a quelli, fra costoro, che avessero deciso di aderire al programma destinatorio, pregiudica gli altri creditori e viola pertanto la par condicio; c) i creditori pregiudicati dal negozio come da precedente punto b), potendo agire in revocatoria contro il medesimo, renderebbero inattuabile il concordato; d) la legge fallimentare prevede, quali istituti fonte di un patrimonio separato, solo il fondo patrimoniale (all’art. 46 LF) ed i patrimoni destinati delle s.p.a. (all’art. 155 LF) e non anche l’atto di destinazione.

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Tribunale di Torino 6 maggio 2011 inedito

Se i genitori disponenti-gestori di un atto di destinazione autodichiarato da essi stipulato nell’interesse della loro famiglia di fatto - dunque avente quali beneficiari anche i loro figli minori - e contenente una clausola che esclude anche in presenza di minori l’esigenza di autorizzazioneper gli atti dispositivi, chiedono al giudice tutelare l’autorizzazione a vendere l’immobile destinato, non vi è luogo a provvedere su tale istanza, poiché tale clausola è valida analogamente a quanto si afferma per la clausola in deroga all’art.169 cc in tema di fondo patrimoniale.

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Tribunale di Imperia – Giudice Tutelare 15 aprile 2010 inedito

Dev'essere accolta, se arreca utilità al minore, l'istanza del genitore di costui volta a conseguire l'autorizzazione alla prestazione del consenso, in legale rappresentanza del minore stesso, allo scioglimento di un atto di destinazione immobiliare autodichiarato in precedenza stipulato dal medesimo genitore e del quale il minore è l'unico beneficiario (nel caso di specie, l’utilità per il minore è stata ritenuta sussistente in quanto: a - nella considerazione che l’immobile destinato doveva essere oggetto di lavori di ristrutturazione per eseguire i quali il disponente-gestore aveva bisogno di un finanziamento, ma l'istituto bancario - pur se l’atto prevedeva il potere del gestore di contrarre un finanziamento siffatto concedendo ipoteca sull’immobile - non solo non intendeva concedere il finanziamento se prima l’atto negoziale non fosse stato posto nel nulla, sì da poter iscrivere un’ipoteca sul bene libero dal vincolo, ma evidenziava che, se non si fosse a ciò provveduto, avrebbe richiesto al disponente-gestore l’immediato pagamento di suoi debiti personali garantiti da ipoteche iscritte sul bene prima della trascrizione dell’atto di destinazione, per poi procedere all'esecuzione forzata; b- il disponente-gestore, nel suo ricorso, aveva specificato che, dopo aver ottenuto il finanziamento in questione ed aver fatto iscrivere ipoteca sul bene all'istituto bancario,  avrebbe nuovamente stipulato un atto di destinazione a favore del figlio minore di identico contenuto). 

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Corte d'Appello di Roma 4 febbraio 2009

Può essere trascritto (a favore e contro il beneficiario di amministrazione di sostegno) il decreto del Giudice Tutelare ex art. 405 cc di apertura di tale amministrazione, costituendo l’art.2645-ter cc in tema di atto di destinazioneun idoneo supporto normativo in tal senso.

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Tribunale di Reggio Emilia 26 marzo 2007

L’art.2645 ter cc è norma che fa riferimento al genus dei negozi giuridici: pertanto, un vincolo di destinazione può essere impresso su un bene tanto per mezzo di un atto (pubblico) quanto per mezzo di un contratto stipulato in forma solenne, dovendosi intendere il richiamo effettuato dalla norma all’atto pubblico esclusivamente in termini di requisito formale necessario per la trascrivibilità del vincolo medesimo. Ne consegue che un vincolo di destinazione può essere validamente contenuto anche in un verbale di modifica delle condizioni della separazione coniugale, purché omologato dal giudice.

Il vincolo di cui all’art. 2645 ter cc può essere realizzato per mezzo tanto di negozi atipici, quanto per mezzo di negozi aventi una causa normativamente disciplinata, purché venga rispettato il requisito della realizzazione di un interesse meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 cc.

Risponde all’interesse della prole l’imposizione di un vincolo di destinazione sui beni immobili trasferiti dal genitore onerato dall’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli al genitore affidatario in quanto: il ricevente non può disporre liberamente dei beni in questione; possono intervenire per la realizzazione degli interessi tutelati non solo lo stesso conferente, ma anche il Pubblico Ministero e qualsiasi tutore o curatore speciale nel frattempo nominati; è realizzata una piena ed efficace garanzia sui beni vincolati rispetto ad atti esecutivi di terzi che non siano connessi alla destinazione medesima - in misura maggiore rispetto a quanto non sarebbe possibile per mezzo di un fondo patrimoniale -; gli immobili non possono essere ceduti sino al raggiungimento dell’indipendenza economica da parte di tutti i figli dei coniugi; e, infine, perché i frutti prodotti costituiscono una sicura fonte di reddito per la prole beneficiaria.

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Tribunale di Reggio Emilia 4 dicembre 2006

In sede di omologazione degli accordi di separazione coniugale concernenti le modalità di adempimento dell’obbligo di contribuzione al mantenimento dei figli da parte del genitore non affidatario, non è sufficiente il semplice trasferimento della titolarità di un immobile al genitore affidatario, bensì è necessario imprimere sull’immobile stesso un vincolo, da attuarsi per mezzo di un atto di destinazione ex art.2645-ter cc che realizzi il preminente interesse della prole, sottragga il cespite alla liberà disponibilità del genitore ricevente e attenui il rischio di espropriazione da parte di terzi creditori.

Provvedimento massimato dall’Avvocato Saverio Bartoli (riproduzione riservata)

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