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Atto di trasferimento di proprietà e pubblicità tavolare

Atto di trasferimento di proprietà e pubblicità tavolare

di Saverio Bartoli (commento pubblicato in Corr.Mer. 2005, 1281 e segg.), nota a Trib.Trieste (decr.) 23/9/2005

 

Trust interno di scopo – atto di trasferimento di proprietà dal disponente al trustee – regime tavolare – pubblicità - ammissibilità 

(artt.11, 12 e 13 Convenzione de L’Aja sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento 1.7.1985, ratificata con legge 364/1989; artt.12, 20 lett.h, 26 e 94 R.D.28.3.1929 n°499; artt.2643 e 2645 cc)

Può essere oggetto di pubblicità nei libri fondiari l’atto di trasferimento di un bene immobile dal disponente al trustee di un trust interno di scopo, sia perché l’art.12 della Convenzione de L’Aja sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento 1.7.1985, ratificata con legge 364/1989, ha introdotto una nuova fattispecie negoziale suscettibile di pubblicità, sia perché non vi osta alcuna previsione normativa del R.D.28.31929 n°499 (cd legge tavolare).

Poiché l’atto di trasferimento di un bene immobile dal disponente al trustee attribuisce a quest’ultimo un diritto corrispondente ad una nuova forma di proprietà, la pubblicità tavolare di tale atto si attua mediante una sola formalità, data dall’intavolazione dell’acquisto della proprietà del trustee, la quale dovrà direttamente segnalare la qualità di trustee dell’acquirente, cioè l’esistenza del vincolo di destinazione discendente dal trust.

(omissis) Benché l'istituto del trust, inteso in termini necessariamente generali ed astratti, sia stato recepito dall'ordinamento giuridico italiano fin dal 1° gennaio del 1992, dopo l'adesione di Regno Unito, Italia ed Australia alla Convenzione de L'Aja del 1.7.1985, rimane tuttora aperto il dibattito - che qui non si ritiene necessario affrontare - sulla natura delle norme così introdotte: se cioè si tratti di prescrizioni di diritto uniforme sostanziale, ovvero di regole di diritto internazionale privato, caratterizzate peraltro da alcune peculiarità direttamente connesse all'originalità dell'istituto al quale si riferiscono. Le numerose pronunzie giudiziarie di merito, quasi tutte favorevoli all'applicazione del trust, rendono in parte obsoleta sia questa problematica, che, più in generale, la stessa contrapposizione dottrinaria sull'astratta compatibilità dell'istituto con la tradizione giuridica italiana (omissis)

In ogni caso, il superamento della tesi sulla presunta irriconoscibilità di un trust interno, conseguente alla qualifica della Convenzione (o meglio, della legge di ratifica) come norma di diritto internazionale privato, sembra ormai adeguatamente giustificato dalla giurisprudenza di merito (per tutte, Tribunale di Bologna, sent. 1.10.2003, Landini/Trombetti e Sofir S.r.l., pluriedita).

Numerose ed inequivoche sono peraltro le tracce della penetrazione dell'istituto a livello di prassi applicativa, forense e non: il riferimento al "diritto vivente", così disdegnato da una nota dottrina, fermamente critica nei confronti del trust, richiede oggi un nuovo grado di apprezzamento, in questo come in altri settori del diritto. (omissis)

Nel caso in esame, si è al cospetto di un atto istitutivo di un trust interno di scopo, il cui programma negoziale vale a costituire - al tempo stesso - il fine del trust e la giustificazione dell'atto di trasferimento immobiliare di cui si chiede pubblicità tavolare: diviene quindi operativo il combinato disposto degli artt. 11 e 13 della Convenzione de L'Aja del 1.7.1985, che consente al giudice di vagliare la compatibilità del trust e degli atti collegati (nonché della legge straniera prescelta dalle parti) con l'ordinamento giuridico italiano; inoltre, la richiesta di dare pubblicità tavolare al trasferimento immobiliare effettuato a favore del trustee determina la diretta applicazione, nell'ordinamento giuridico italiano, dell'art. 12 della Convenzione.

Al giudice tavolare, nel doveroso controllo di legittimità formale e sostanziale che caratterizza il suo giudizio, e che gli impone l'accesso diretto e pregnante alla causa del programma negoziale (accesso di fatto impedito in occasione di un precedente culminato nel rigetto del ricorso tavolare, da parte del giudice tavolare di Cortina d'Ampezzo, e nel conseguente reclamo al Tribunale di Belluno, nel cui provvedimento - si ritiene sommessamente - possono leggersi alcuni spunti per una plausibile decisione favorevole al reclamante, qualora gli elementi portati all'esame dei giudici fossero stati diversi) ai sensi dell'art. 26 della legge generale sui libri fondiari, nel testo allegato al R.D. 499/1929, viene offerto un punto di osservazione privilegiato, e per certi versi più ampio di quello del giudizio ordinario, in quanto sganciato dalla contenziosità ed immerso in un'analisi ufficiosa del programma negoziale.

Questa occasione di approccio al trust consente, considerate anche le peculiarità del caso di specie, di muoversi lungo la strada che prima la giurisprudenza, sulla scorta della dottrina, e poi il legislatore hanno solcato con i loro provvedimenti, ponendo in essere un'inarrestabile disgregazione dei tradizionali assetti proprietari. Questo cammino non può essere qui ripercorso nelle sue singole fasi, che vanno dal riconoscimento alla successiva regolamentazione della multiproprietà, alla disciplina dei fondi pensionistici, a quella dei beni gestiti da società fiduciarie, alla cartolarizzazione dei crediti: conviene piuttosto rinviare alla dottrina, ed ai non pochi provvedimenti giudiziari, che ne hanno individuato i connotati più importanti in termini di atipicità degli istituti, di legittimità delle segregazioni dei patrimoni, di parcellizzazione del diritto di proprietà, di ampliamento dell'ambito applicativo della trascrizione. A quest'ultimo riguardo si nota, e se ne farà applicazione concreta con questo provvedimento, che oggetto della pubblicità immobiliare non è di per sé l'atto, quanto il suo effetto, nel senso che la trascrizione dell'atto è solo strumentale al fine dell'opponibilità ai terzi della vicenda circolatoria che all'atto si ricollega. La tassatività delle norme sulla trascrizione (in un parallelismo con il sistema pubblicitario del libro fondiario che, più avanti, si avrà modo di verificare come perfettamente lecito) va riguardata non già sotto il profilo dell'atto, ma sotto quello degli effetti. L'art. 2645 cod.civ., nello stabilire che deve rendersi pubblico, agli effetti previsti dall'articolo precedente, "ogni altro atto o provvedimento che produce in relazione ai beni immobili o a diritti immobiliari taluno degli effetti dei contratti menzionati nell'art. 2643", pone appunto un principio di tipicità di risultati e non di atti, nel senso che va trascritto (ed in regime tavolare va iscritto) qualsiasi atto che, pur non rientrando nello schema dei contratti, degli atti o provvedimenti o delle sentenze indicati nell'art. 2643 cod.civ., tuttavia produca uno o più degli effetti ad essi rapportabili. Ma quanto alla tipologia effettuale, già quasi quarant'anni fa la Suprema Corte di Cassazione (Cass., Sez. 1, sent. n. 3664 del 11.11.1969) aveva esplicito come gli effetti non dovessero essere del tutto identici a quelli dei contratti menzionati nell'art 2643 cod civ., potendo essere anche e solamente similari. In logica prosecuzione dell'insegnamento, Cass. Sez. 2, sent. n. 11250 del 14.11.1997 ha poi precisato che merita pubblicità "il negozio … finalizzato ad incidere sul regime dominicale della "res" e, in particolare, su diritti considerati dall'ordinamento inerenti al bene immobile oggetto della convenzione negoziale e, pertanto, in assenza di contrario titolo, appartenenti al proprietario - o ai proprietari - dell'immobile medesimo" (nella fattispecie, si trattava della riserva, da parte del costruttore di uno stabile, del diritto di proprietà del lastrico di copertura e del relativo "ius inaedificandi"). In altri termini, tutto ciò che limita e comprime strutturalmente il diritto reale deve essere suscettibile di pubblicità (in tal senso anche Cass., Sez. 2, sent. n. 213 del 10.1.1994 che, avviando a soluzione un contrasto in seno alla Suprema Corte, ha invocato un'interpretazione estensiva dell'art. 2653 n. 1 cod. civ., al fine di assentire la trascrizione di una domanda giudiziale diretta ad imporre il rispetto dei limiti legali della proprietà). (omissis)

Si osserva che quello in esame è un trust cd. interno (nazionali essendo i suoi protagonisti, i beni impiegati per la sua istituzione, il luogo nel quale di realizzerà concretamente l'obiettivo che le parti si sono prefisse), è un trust di scopo, non caritatevole, e senza beneficiario (v. art. 10 del negozio sull'appartenenza finale dei beni in trust in cui si individuano, tassativamente e senza possibili alternative, nei disponenti stessi i soggetti destinatari finali del bene immobile trasformato e del denaro eventualmente residuato, una volta raggiunto, o nell'impossibilità di raggiungere, lo scopo del trust).

Le parti hanno scelto, come legge regolatrice di questo trust, la Trust Jersey Law 1984 as amended 1996, sancendo comunque che le obbligazioni e le responsabilità del trustee siano disciplinate cumulativamente dalla legge italiana e da quella di Jersey, devolvendo alla giurisdizione italiana ed alla competenza del Foro di Trieste ogni controversia relativa all'istituzione, alla validità o agli effetti del trust.

Quanto alla sua prima caratteristica, ritiene questo giudice tavolare non più dubitabile la possibilità di adottare lo strumento del trust cd. interno (le argomentazioni dottrinarie e giurisprudenziali a sostegno sono talmente puntuali e diffuse da poter essere semplicemente richiamate, condividendole, nella coscienza di non potere ad esse aggiungere nulla di originale), se non foss'altro per non discriminare, in modo incostituzionale, il cittadino italiano da quello straniero che decidesse di istituire un trust in tutto e per tutto "italiano" tranne che per la di lui cittadinanza e per la legge regolatrice. È questo un argomento suggestivo, forse meno profondo dogmaticamente degli altri comunemente spesi, e pur tuttavia capace di mostrare con evidenza la sterilità dei tentativi di negare legittimità all'istituto del trust interno.

Con riguardo alla qualifica di trust di scopo, non charitable, si osserva che la tipologia negoziale è sanzionata con la nullità dal diritto inglese, ma è stata oggetto di recenti e ripetuti interventi normativi da parte di altri legislatori di common law nell'ultimo ventennio, nella perpetua rincorsa delle nuove forme di contrattazione e delle prassi emergenti. La crisi del concetto di "charity", per un verso, e la necessità di individuare (per operazioni di natura per lo più finanziaria) un "centro di controllo di un'operazione che non sia al tempo stesso un centro di profitto", hanno determinato il sorgere ed il prolificare di questo schema, all'interno del quale sono già stati colti alcuni elementi invariabili ed imprescindibili: si tratta della presenza di uno scopo chiaro e lecito da perseguire; della necessità di un enforcer dotato di particolari poteri di controllo; dell'assenza di beneficiari, cioè di soggetti dotati dei poteri e delle prerogative ad essi tradizionalmente spettanti: ciò in quanto di beneficiari, o di destinatari, si potrà parlare al momento in cui - e solo se - l'operazione si sarà perfezionata e lo scopo sarà stato perseguito.

Per adeguarsi ad altri Paesi (Bahamas, Cook Islands, Cipro, Belize, Cayman Islands, e tanti altri) ed alla tumultuosa normazione in tema di trust di scopo, Jersey ha emendato la propria già apprezzata legge fondamentale del 1984, inserendo tra gli altri l'art. 10 A ("trusts for non-charitable purposes") al fine di rimuovere la sanzione di invalidità che, tradizionalmente, affettava i casi di istituzione di un trust di scopo non caritatevole: ciò ha fatto imponendo - però - la nomina immancabile di un enforcer che, nel caso di specie, esiste ed è dotato di poteri. La legge in questione, nel suo complesso, e nelle singole previsioni applicabili alla fattispecie, non contiene principi o regole contrarie all'ordine pubblico italiano.

Tornando, in modo analitico e non più solo sistematico, all'analisi del programma negoziale, si osserva che il Comune di Duino-Aurisina e la Fondazione CRTRIESTE, con le rispettive dotazioni immobiliare e mobiliare, intendono perseguire lo scopo di realizzare un'area destinata all'accoglienza dei bambini da 3 a 12 mesi (Giardino dei Lattanti), così da consentire alle famiglie di usufruire di un nuovo servizio pubblico. Con il pieno trasferimento a suo favore della proprietà del bene immobile da modificare e degli importi di denaro da impiegare, il trustee viene investito di quanto gli serve per la realizzazione dello scopo, con precisi obblighi di rendicontazione, particolarmente puntuali a causa della natura pubblica del bene immobile e dell'entità dei fondi da impiegare. Le sue prerogative appaiono quelle tradizionalmente riconosciute in negozi del genere, con l'ovvio divieto - però - di alienare o diversamente gravare i beni in trust perché ciò determinerebbe l'irrealizzabilità del programma negoziale.

Sembra del tutto intuibile che questi fini particolari non risultano perseguibili in altro modo, sia da parte del Comune di Duino-Aurisina che della Fondazione CRTRIESTE, se non a mezzo dell'istituzione di un trust.

Quanto all'ente territoriale, la presumibile carenza di fondi, il vincolo posto dagli strumenti dell'evidenza pubblica, e tutte le implicazioni connesse alla gestione di fondi pubblici, determinerebbero un irrigidimento delle scelte progettuali ed esecutive, ed un ovvio allungamento dei tempi di realizzazione. Quanto alla Fondazione CRTRIESTE, lo scopo in oggetto non poteva essere raggiunto neanche con la costituzione di una società strumentale, ai sensi dell'art. 3 del D.Lgs. 153/1999 e della successiva normativa di settore, e ciò in quanto il bene oggetto dell'intervento non è di proprietà o in disponibilità esclusiva della Fondazione stessa, bensì è bene pubblico.

Passando al momento di verifica della liceità delle singole previsioni negoziali, ritiene il giudice tavolare che non emerga alcuna violazione della legge di Jersey, e pertanto possa dichiararsi in concreto la validità ed efficacia del trust, ai sensi dell'art. 3 della Trust Jersey law 1984 (omissis).

Quanto alla Fondazione CRTRIESTE, l'attività espletata rientra tra quelle statutarie, nel rispetto della normativa di settore, essendo perseguito uno scopo di chiara utilità sociale, e in osservanza dei principi di economicità di gestione.

Quanto al Comune di Duino-Aurisina, la natura del bene immobile, appartenente al patrimonio indisponibile dell'ente territoriale, impone una riflessione.

Sembra ormai acquisito, in dottrina e giurisprudenza, che il bene patrimoniale indisponibile non sia una res di per sé insuscettibile di appartenere ad altri all'infuori della Pubblica Amministrazione, come accade per il demanio; è piuttosto un bene la cui strumentalità caratterizza e demarca i limiti della sua stessa commerciabilità, nel senso che di esso si può disporre l'attribuzione in godimento al privato ma solo nel rispetto del pubblico interesse, e sotto forma di un diritto condizionato (Cass., Sez. un., sent. n. 11491 del 22.11.1993 sull'utilizzo della concessione-contratto). Orbene, il diritto tavolare trasferito in capo al trustee è caratterizzato da indubbia impronta proprietaria, ma è particolarmente conformato, è funzionalmente vincolato al perseguimento dello scopo, oltre ad essere temporalmente e condizionatamente delimitato. Infatti la vicenda traslativa non trova altra giustificazione se non quella della sua totale ed assorbente tensione alla realizzazione finale del programma negoziale; il bene trasferito non può essere diversamente utilizzato, non può essere alienato o diminuito, ed il suo temporaneo e condizionato passaggio di proprietà non determina la diminuzione o la cessazione dell'attività pubblica, che viene disimpegnata nella parte di asilo non interessata dai lavori: l'alienazione non è quindi di ostacolo, ma è finalizzata alla migliore futura realizzazione dell'interesse pubblico. Si richiamano qui le precisazioni contenute nella delibera del Comune di Duino-Aurisina (allegato "B" all'atto istitutivo di trust), in cui si descrive l'obiettivo della "realizzazione dell'ampliamento in tempi estremamente ridotti rispetto al normale iter procedurale" grazie all'istituzione del trust, e si attesta che "il trustee durante l'esecuzione dei lavori di ampliamento … metterà a disposizione del Comune l'attuale sede dell'asilo nido in modo da non incidere sulla funzionalità del servizio".

Per queste ragioni, apprezzando le motivazioni che hanno spinto l'amministrazione pubblica a deliberare la stipula del trust e del contestuale atto di trasferimento, si ritiene che non sussista violazione della norma di cui all'art. 828, comma 2, cod. civ., né la nullità del negozio ex art. 1418 cod. civ..

Terminando, vanno analizzate le problematiche squisitamente tavolari del ricorso in oggetto.

L'atto di trasferimento di proprietà dal settlor al trustee, per un tempo massimo di due anni dalla data dell'atto costitutivo e salvo il verificarsi di una serie di condizioni risolutive non meramente potestative, merita - ed anzi impone - la forma più completa di pubblicità tavolare, quella dell'intavolazione.

La merita in quanto si è comunque al cospetto di una vicenda derivativo-costitutiva inter vivos che non sembra affatto legittimo limitare alla forma meno pregnante della pubblicità-notizia, sotto forma di annotazione, dovendo piuttosto culminare nell'intavolazione del diritto reale, in quanto il programma negoziale stesso lo postula per la realizzazione di fini leciti, e perché lo strumento prescelto lo consente. La previsione di cui all'art. 12, comma 2, del R.D. 499/1929 (sulla applicabilità delle norme che in regime ordinario stabiliscono la pubblicità immobiliare, "in quanto non vi osti la diversa natura delle iscrizioni") non è di ostacolo alla pubblicità nel libro fondiario; infatti, quand'anche si negasse l'immediata e diretta operatività dell'art. 12 della Convenzione de L'Aja del 1.7.1985, l'effetto ostensivo discenderebbe dalla previsione dell'art. 20, lett. h), della legge generale sui libri fondiari, nel testo allegato al R.D. 499/1929, secondo cui deve formare oggetto di annotazione tavolare qualsiasi "atto o fatto, riferentesi a beni immobili, per il quale le leggi estese, quelle anteriori mantenute in vigore o quelle successive richiedano o ammettano la pubblicità - con la precisazione fondamentale e spesso trascurata - a meno che questa debba eseguirsi nelle forme dell'art. 9 della presente legge" (ossia sotto forma di iscrizione dei relativi diritti reali). Poiché siamo al cospetto del trasferimento del diritto di proprietà, ossia del diritto reale per eccellenza e quindi di un diritto tavolare, tale situazione giuridica soggettiva deve essere intavolata, e non semplicemente annotata insieme al suo titolo. Se invero ci si limitasse all'annotazione del titolo, ne deriverebbe che il trustee non potrebbe disporre (nel caso, retrocedendolo) del diritto reale immobiliare nel modo più ampio possibile - pur nei limiti dei poteri e del programma negoziale -, in quanto non sussisterebbe la "continuità tavolare" tra il soggetto tavolarmente iscritto e l'alienante trustee, essendo solo annotato l'atto traslativo; ed ancora, un creditore, il quale non potesse effettuare iscrizioni a peso della proprietà (mai intavolata o prenotata a nome) del trustee, sarebbe - questo sì! - un creditore ingiustamente pregiudicato. Legittima quindi è la richiesta di intavolazione dello specifico e concreto diritto di proprietà in capo al trustee.

La pubblicità tavolare si impone anche per altra ragione e sotto diversa forma. Chiunque si trovi ad interferire giuridicamente con questo diritto tavolare - chè tale è il diritto di proprietà del trustee -, deve poter conoscere i suoi limiti e quelli della legittimazione del suo titolare, ai sensi dell'art. 94, comma 1, n. 2, della legge generale sui libri fondiari, nel testo allegato al R.D. 499/1929. La pubblicità di tali limiti è una esigenza intimamente connessa al sistema tavolare, a garanzia dei traffici e dei crediti, proprio come lo è lo speculare dovere di rifiutare pubblicità di tutto ciò che è ultroneo rispetto alla vicende reali o di rilevanza immobiliare. Nel caso di specie, e senza che ciò possa valere sempre ed in ogni fattispecie di trust, quelle pattuite non sono limitazioni di carattere personale, connesse agli specifici rapporti tra disponenti e trustee, ma veri e propri connotati strutturali del diritto reale, di cui è doverosa la pubblicità. In altri termini: solo una forma di diritto di proprietà di queste fattezze è idonea a consentire la realizzazione del programma negoziale che i disponenti si sono prefissi, e tali sembianze devono essere pubblicizzate in via diretta ed immediata.

Rimane quindi da precisare se la qualità di trustee in capo all'alienatario debba essere solo annotata nel foglio "B" della proprietà, ovvero se debba essere direttamente l'intavolazione nel libro fondiario ad indicare la condizione di trustee dell'acquirente.

Come sopra espresso, ritiene il giudice tavolare che nel caso di specie, in considerazione della speciale provenienza del bene, del programma vincolato, delle caratteristiche del trust di scopo, e quindi per tutte le ragioni sopra evidenziate, si sia al cospetto di una particolare forma di proprietà che imponga di esplicitare subito e direttamente i limiti che la caratterizzano: il diritto tavolare, quale risultante dall'atto istitutivo di trust, deve essere quindi iscritto in capo al trustee in tale qualità. In casi diversi, nei quali la vicenda traslativa costituisca - ad esempio - il momento più rilevante del programma negoziale, e non un mero strumento per il miglior raggiungimento del vero scopo del trust, queste conclusioni potrebbero non essere più valide, rimanendo i vincoli mere clausole obbligatorie, non conformanti il diritto reale.

Giova solo precisare che, in regime tavolare, la nota problematica sulla natura obbligatoria o reale dei vincoli imposti al trustee assume valenza piuttosto teorica. Infatti al giudice tavolare spetta il potere-dovere di concedere l'iscrizione tavolare solo se, ai sensi dell'art. 94, co. 1 n. 2, della legge generale sui libri fondiari, nel testo allegato al R.D. 499/1929, "non sussiste alcun giustificato dubbio sulla capacità personale delle parti di disporre dell'oggetto a cui l'iscrizione si riferisce o sulla legittimazione dell'istante". Qualora, quindi, il trustee decidesse di alienare il bene costituito in trust senza rispettare i limiti posti a suo carico, ad esempio cedendolo a terzi diversi dal beneficiario, il giudice tavolare dovrebbe negare l'iscrizione tavolare a favore dell'alienatario, senza porsi tanto il problema della natura reale o personale dei vincoli violati, afferendo comunque essi alla capacità di disporre del bene: non si dimentichi che il regime tavolare sconosce l'istituto della vendita a non domino.

Si precisa infine che la disposizione dell'art. 11 della Convenzione esonera dall'indagine sullo status e sul regime patrimoniale familiare del trustee.

Gli elementi negoziali accidentali e tipizzati, quali il termine finale e le condizioni di cui agli artt. 5, 9 e 10 dell'atto di trust, vanno annotati insieme all'atto che li contiene, ai sensi dell'art. 20 h) della legge generale sui libri fondiari, nel testo allegato al R.D. 499/1929.

Tutto ciò premesso, il

 

 giudice tavolare, in accoglimento del ricorso, così

DECRETA

a) escorporare dal ct. 2° della PT. 173 del Comune Censuario di Malchina, d'iscritta ragione del COMUNE DI DUINO-AURISINA, la p.c. 1859/2 pascolo e la p.c. 258 scuola e formare con le stesse il ct. 1° della nuova PT. 2524 del Comune Censuario di Malchina;

b) intavolare il diritto di proprietà del ct. 1° della PT. 2524 del Comune Censuario di Malchina a nome di Tizio (nato a Pordenone), quale trustee del trust "Nuvole Bianche", con l'annotazione delle condizioni e dei termini di cui agli artt. 5, 9 e 10 dell'atto di trust.

 

Il COMMENTO

di Saverio Bartoli

Con la pronuncia in esame, il Tribunale di Trieste va ad arricchire il filone delle decisioni favorevoli al trust (ormai circa una quarantina) e, all’interno di esso, il filone delle decisioni favorevoli alla pubblicità del medesimo. Se nel contesto del sistema ordinario della trascrizione si contano già otto precedenti (dei quali sei favorevoli e due contrari), con riguardo al sistema tavolare – prima della decisione in esame – ve ne erano solo tre (due favorevoli ed uno contrario). L’ampia motivazione del decreto triestino affronta numerosi temi: per ovvie ragioni di spazio, nella nota di commento si è scelto di trattare solo quelli principali e di stretta attinenza con l’istituto del trust.

Il Comune di Duino-Aurisina (TS) è proprietario di un immobile, facente parte del suo patrimonio indisponibile ed adibito a scuola materna.

Si manifesta la necessità di effettuare al più presto lavori di ampliamento di detto immobile, onde creare un’ala nella quale saranno ospitati i lattanti, ma il Comune non dispone del danaro necessario.

All’esito di intese con una Fondazione bancaria, la quale si dichiara disponibile a fornire i mezzi necessari all’esecuzione delle opere, il Comune istituisce un trust interno di scopo regolato dalla legge di Jersey, nel quale esso conferisce l’immobile in questione, mentre la Fondazione conferisce il danaro necessario.

Scopo del trust, che avrà la durata di due anni, è quello di realizzare i lavori di ampliamento e, ciò fatto, di ritrasferire al Comune l’immobile e di restituire alla Fondazione le somme eventualmente non utilizzate per le opere.

Durante la vigenza del trust, il Comune mantiene il diritto di utilizzare l’immobile per il pregresso fine pubblico.

Poiché l’immobile è ubicato in un territorio soggetto al regime di pubblicità tavolare, viene richiesta al giudice tavolare l’intavolazione del trasferimento di proprietà dal disponente-Comune al trustee, onde rendere opponibile ai terzi il trust istituito.

Con il decreto in esame, corredato di una motivazione particolarmente ampia, il giudice tavolare accoglie detta richiesta.

 

Le questioni giuridiche inerenti all’istituto del trust

1. La questione dell'ammissibilità del cosiddetto "trust interno"

Il giudice tavolare è a tal punto certo dell’ammissibilità del trust interno, che dedica a tale tema uno spazio relativamente modesto, facendo essenzialmente leva su due argomenti: a) il fatto che la Convenzione de L’Aja è non solo una convenzione di diritto internazionale privato (e come tale operante solo in caso di sussistenza di un conflitto di leggi, cioè in presenza di una fattispecie munita di elementi di internazionalità), bensì anche una convenzione di diritto materiale uniforme; b) il fatto che la soluzione contraria ai trusts interni sarebbe incostituzionale, stante l’ingiustificata disparità di trattamento che in tal modo verrebbe ad crearsi fra un disponente straniero ed uno italiano, l’accesso dei quali allo strumento del trust sarebbe, rispettivamente, ammesso ed escluso.

Appunto in ragione del suo fermo convincimento in ordine all’ammissibilità del trust interno, il giudice richiama, quale unico precedente conforme, Trib.Bologna 1/10/2003 (in Trusts ed attività fiduciarie – d’ora in avanti TAF – 2004, 67)[1].

1.2 La questione della pubblicità del trust interno

1.2.1 Il problema in generale e con specifico riferimento al sistema della trascrizione

L’art.12 della Convenzione de L’Aja consente al trustee di pubblicizzare l’esistenza, sui beni oggetto di trust, del vincolo di destinazione che ne discende, a patto che tale forma di pubblicità non sia vietata dalla legge dello Stato in cui essa deve avvenire.

Considerato che il riconoscimento del trust implica per un ordinamento giuridico, alla luce dell’art.11 della Convenzione, l’ammissione dell’esistenza di un patrimonio separato, ben si comprende quanta importanza rivesta, nel caso di beni in trust ubicati nel territorio italiano, la soluzione del problema se la pubblicizzazione del trust sia o meno - visto quanto prevede l’art.12 - vietata dalla nostra legge nazionale.

Vista la rilevanza della fattispecie, il problema della pubblicità è stato in particolare affrontato con riguardo al trust immobiliare, dunque in relazione alla trascrivibilità del medesimo e, in caso di risposta positiva, in relazione alle modalità concrete della stessa.

Prima della ratifica della Convenzione, numerosi erano i fautori della tesi contraria alla pubblicità dei trusts, i quali in definitiva si identificavano con coloro che, a monte, ritenevano il trust struttura negoziale indegna di giuridica cittadinanza nel nostro ordinamento.

Questi risultano essere i tradizionali e principali argomenti addotti al riguardo:

A) l’incompatibilità del trust, in quanto fonte di una situazione implicante sdoppiamento della proprietà, con quelli che vengono ritenuti principi-cardine del nostro ordinamento civilistico, cioè quello dell’unicità del diritto di proprietà e quello della tipicità (numerus clausus) dei diritti reali;

B) l’assenza, nell’elencazione di cui all’art.2643 cc, di una fattispecie assimilabile al trust.

A seguito della ratifica della Convenzione, poiché è divenuto certo l’obbligo di riconoscere nel nostro ordinamento i trusts contemplati dalla stessa - dovendosi ormai a tutto concedere discutere (come si è visto nel § 2.1) soltanto della riconoscibilità o meno dei trusts “interni” - un coro crescente di critiche si è levato nei confronti della tesi sopra esposta.

Se pertanto vi sono state, anche dopo la ratifica della Convenzione, prese di posizione contrarie alla pubblicità del trust[2], ad oggi deve considerarsi prevalente l’opposta tesi[3].

Il provvedimento del giudice tavolare in esame si pone - appunto - in linea con la tesi allo stato dominante.

L’orientamento favorevole alla pubblicità del trust preliminarmente osserva che, grazie alla legge di ratifica 364/1989, l’art.12 della Convenzione può considerarsi norma self-executing, cioè direttamente applicabile nel nostro ordinamento (e tale affermazione è fatta propria a più riprese anche dal provvedimento in esame).

Tanto premesso, questi in estrema sintesi sono i principali argomenti con cui la tesi dominante ha ritenuto di replicare agli argomenti addotti dalla tesi contraria alla pubblicità del trust:

A) A livello di impostazione generale del problema, si è evidenziato che l’aver ratificato la Convenzione con legge 364/1989 - assumendo gli obblighi di riconoscimento del trust che ne discendono - per poi escludere la pubblicità della figura implicherebbe privare di fatto quest’ultima - il cui vincolo di destinazione risulterebbe sistematicamente inopponibile e relegato in un contesto meramente obbligatorio - del suo aspetto più qualificante.

B) Per quanto concerne l’asserito attentato all’unicità del diritto di proprietà ed alla tipicità dei diritti reali, in primo luogo si è osservato che la garanzia costituzionale esistente per detto diritto (cfr art.42 Cost.) non si estende alla configurazione del suo contenuto e che nella detta norma costituzionale vi è anzi, sul punto, un’espressa riserva di legge ordinaria.

In secondo luogo, si è evidenziato che nel nostro ordinamento esistono:

a) Vincoli al diritto di proprietà opponibili erga omnes ma non aventi natura di diritti reali su cosa altrui, anzi spesso aventi natura obbligatoria, come si evince dalle norme ora statali ora regionali che prevedono la pubblicità dei vincoli d’interesse culturale, dei vincoli di edilizia abitativa convenzionata, dei vincoli di destinazione alberghiera, delle locazioni ultranovennali (cfr art.2643 n°8 cc), dei conferimenti in godimento di immobili in società per una durata ultranovennale o illimitata (cfr art.2643 n°10 cc), dell’anticresi (cfr art.2643 n°12 cc), del contratto preliminare (cfr art.2645 bis cc).

b) Fattispecie di tipo obbligatorio che, per giurisprudenza ormai pacifica, sono trascrivibili e quindi opponibili, come la vendita di cosa altrui, la vendita condizionata e quella di cosa futura (su quest’ultima cfr ad esempio Cass.1637/1971, Cass.2520/1973, Cass.4497/1986).

C) Con riguardo all’omessa previsione nell’art.2643 cc di una fattispecie assimilabile al trust, si è sottolineato (e tale pare l’impostazione anche del provvedimento in esame) che la legge 364/1989 di ratifica della Convenzione (la quale contiene al suo interno l’art.12) ha modificato il nostro regime della pubblicità immobiliare e devesi inserire nel novero delle “leggi speciali che richiedono la trascrizione di atti non contemplati” nel capo I del titolo I del libro sesto (cioè negli artt.2643 ss.), leggi speciali cui fa espresso riferimento l’art.2672 cc (posto a chiusura del citato capo I).

Una volta che data risposta positiva al quesito relativo alla trascrivibilità del trust, si è posto il problema di come procedere concretamente alla trascrizione.

A livello di prassi, con riguardo ai trusts caratterizzati da un trasferimento di diritti dal disponente al trustee si è inizialmente affermato un metodo fondato sul compimento di una sola formalità pubblicitaria, cioè su una trascrizione effettuata contro il soggetto disponente ed a favore del soggetto individuato come trustee (e non a favore del trust, non essendo quest’ultimo un soggetto di diritto) con menzione, nella relativa nota, sia del fatto che l’acquisto è effettuato dall’avente causa “in qualità di trustee”, sia degli estremi e contenuti essenziali dell’atto istitutivo (sì da evidenziare che la proprietà del trustee non è “piena”, ma gravata dal vincolo di destinazione di cui si è detto).

Più di recente, invece, tende a prevalere un metodo fondato su una duplice formalità pubblicitaria, cioè su una prima trascrizione effettuata contro il soggetto disponente ed a favore del soggetto individuato come trustee (volta ad evidenziare, ex art.2643 cc, la qualità di nuovo proprietario del trustee) e su una seconda trascrizione effettuata contro il trustee (volta ad evidenziare l’esistenza del vincolo di destinazione sui beni, analogamente a quanto è previsto nell’art.2647 in tema di fondo patrimoniale).

Quanto infine alla trascrizione del trust in cui disponente e trustee coincidono, cioè del trust autodichiarato, la prassi attua unicamente la seconda delle due trascrizioni sopra menzionate, cioè quella contro il trustee.

1.2.2 Il problema con specifico riferimento al sistema tavolare

Il problema in esame assume un rilievo ancora maggiore nel sistema tavolare, ove si consideri che in esso, com’è noto, la pubblicità ha un effetto non già meramente dichiarativo (come accade per la trascrizione), bensì un effetto anche costitutivo dell’acquisto del diritto di proprietà (cfr art.2 R.D. 499 del 1929, cd legge tavolare).

La questione della pubblicità del trust interno, se nell’ambito del sistema della trascrizione si è posto sin dall’anno 2000,[4] nel sistema tavolare è sorto solo due anni dopo, allorché Trib.Belluno 25.9.2002 cit. dette al problema soluzione negativa.

La decisione incontrò subito aperte critiche in dottrina.[5]

Le due decisioni successive, relative al biennio 2004-2005 (cfr Trib.Trento, S.D.di Cavalese 20/7/2004 cit., relativo fra l’altro ad un trust autodichiarato, e Trib.Trento, S.D.di Cles 7/4/2005 cit.), dettero invece al problema risposta positiva (cfr altresì in dottrina, nello stesso senso: L.Pellegrini, Trust interno e pubblicità tavolare, TAF 2005, 565).

Il provvedimento triestino ora in esame, pertanto, va ad accrescere il novero dei precedenti favorevoli alla pubblicità tavolare del trust interno, i quali in estrema sintesi poggiano sulle argomentazioni che seguono:

A)   Il limite alla pubblicità dato dalla “incompatibilità”, previsto dall’art.12 della Convenzione, è già presente nell’art.12 della legge tavolare, secondo il quale non possono applicarsi “le norme del codice civile e delle altre leggi che sono incompatibili” con le norme della stessa legge tavolare e “tutti i richiami di leggi o decreti a trascrizioni, iscrizioni o annotazioni nei registri immobiliari si intendono riferiti alle corrispondenti intavolazioni, iscrizioni o annotazioni previste dalla legge sui libri fondiari (omissis) in quanto non vi osti la diversa natura delle iscrizioni”. Da tale norma si evince che sono applicabili al regime tavolare tutte le norme in tema di trascrizione nei registri immobiliari, salvo che sia a ciò d’ostacolo la diversa natura delle iscrizioni.

B)   Poiché l’art.12 della Convenzione de L’Aja deve considerarsi norma direttamente applicabile nel nostro ordinamento, essa come tale introduce al suo interno una nuova fattispecie suscettibile di pubblicità immobiliare sia nel sistema della trascrizione che in quello tavolare.

Quanto alle concrete modalità con cui deve attuarsi la pubblicità tavolare, occorre premettere che ai sensi dell’art.20 lettera h) della legge tavolare, l’atto o fatto suscettibile di trascrizione nel sistema ordinario dev’essere oggetto, nel sistema tavolare, di annotazione ovvero, se esso produce un effetto che incide su diritti reali, di intavolazione.

Tanto premesso, in tema di trust con trasferimento di beni si contendono il campo (sulla falsariga di quanto accade, come si è visto al § 2.2.1) due tesi:

a)    quella che, partendo dalla premessa (ad oggi fatta propria dalla tesi dominante) secondo la quale il diritto del trustee coincide con quello del proprietario ex art.832 cc, richiede una doppia formalità pubblicitaria: l’intavolazione dell’acquisto della proprietà da parte del trustee e l’annotazione, nel foglio B della proprietà, della qualità di trustee dell’avente causa e dunque del vincolo di destinazione che affetta i suoi beni (così M.Dolzani, Il trust nel sistema pubblicitario del libro fondiario, cit.; Trib.Trento, S.D.di Cles 7/4/2005 cit.); 

b)    quella che, partendo dalla (ad oggi minoritaria: cfr Trib.Bologna 1/10/2003 cit.) premessa secondo la quale il diritto del trustee corrisponde ad una nuova forma di proprietà, richiede un’unica formalità pubblicitaria: l’intavolazione dell’acquisto della proprietà del trustee, che direttamente segnala l’esistenza del vincolo di destinazione (in questo senso si pronunzia la decisione triestina in esame).

Quanto poi al trust autodichiarato, l’unico precedente in materia (cfr Trib.Trento, S.D.di Cavalese 20/7/2004 cit.) richiede un’unica formalità pubblicitaria: l’annotazione del vincolo di destinazione nel foglio B della proprietà, di cui continua ad esser titolare il disponente-trustee.

[1] Le pronunzie favorevoli a siffatti trusts sono in realtà molte di più: cfr infatti anche Trib.Milano 27 dicembre 1996, Le Soc. 1997, 585; Trib.Genova 24 marzo 1997, Giur.Comm. 1998, II, 759; Trib.Chieti 10 marzo 2000, TAF 2000, 372; Trib.Bologna 18 aprile 2000, TAF  2000, 372; Pret.Roma 13 aprile 1999 e Trib.Roma 2 luglio 1999, TAF 2000, 83; Trib.Pisa 22 dicembre 2001, TAF 2002, 241; Trib.Milano 29 ottobre 2002, TAF 2003, 270; Trib.Verona 8 gennaio 2003, TAF .2003, 409; Trib.Bologna 16 giugno 2003, TAF  2003, 580; Trib.Parma 21 ottobre 2003, TAF 2004, 73; Trib.Firenze 23 ottobre 2002 e Trib.Firenze 23 ottobre 2002, TAF 2003, 406; Trib.Roma–Sez.fall.-Giudice Delegato 4 aprile 2003, TAF .2003, 411; Trib.Roma–Sez.fall.5 marzo 2004, TAF .2004, 406; Trib.Perugia-Giudice tutelare 16 aprile 2002, TAF.2002, 584; Trib.Perugia-Giudice tutelare 26 giugno 2001, TAF 2002, 52; Trib.Bologna 3 dicembre 2003, TAF 2004, 254; Trib.Firenze-Giudice tutelare 8 aprile 2004, TAF 2004, 567; Trib.Trento-S.D. di Cavalese 20 luglio 2004, TAF 2004, 573; Trib.Parma-Sez.fall. 3 marzo 2005, TAF 2005, 409; Trib.Brescia 12 ottobre 2004, TAF 2005, 83; Trib.Milano 8/3/2005, TAF 2005, 585; Trib.Trento-S.D. di Cles 7 aprile 2005, TAF 2005, 406; Trib.Firenze 2 luglio 2005 in corso di pubblicazione in TAF 2005.

Risultano invece contrarie a siffatti trusts: Trib.Belluno 25 settembre 2002, TAF 2003, 255; Trib.S.Maria Capua Vetere 14 luglio 1999, TAF 2000, 51; Trib.Napoli 1° ottobre 2003, TAF 2004, 74; App.Napoli 27 maggio 2004, TAF 2004, 570.

Per una più ampia disamina della questione, con ampia bibliografia, cfr per tutti M.Lupoi, Trusts, Milano 2001, e 533 ss.; S.Bartoli, Il trust, Milano 2001, 597 ss.; Id., Commento a Trib.Milano  8/3/2005, in questa Rivista 2005, n°5, in questa Rivista 2005, 6, 667,

[2] cfr in giurisprudenza, quanto al sistema della trascrizione: Trib.Napoli 1.10.2003, TAF 2004, 74; App.Napoli 27.5.2004, TAF 2004, 570; quanto al sistema tavolare: Trib.Belluno 25.9.2002 TAF 2003, 255.

[3] cfr in giurisprudenza, quanto al sistema della trascrizione: Trib.Chieti 10.3.2000, TAF 2000, 372; Trib.Bologna 18.4.2000, TAF 2000, 372-374; Trib.Pisa 22.12.2001 TAF 2002, 241 nonché Riv.Not. 2002, 188; Trib.Milano 29.10.2002 TAF 2003, 270; Trib.Verona 8.1.2003 TAF 2003, 409; Trib.Parma 21.10.2003, TAF 2004, 73; quanto al sistema tavolare: Trib.Trento-S.D. di Cavalese 20 luglio 2004, TAF 2004, 573; Trib.Trento-S.D. di Cles 7 aprile 2005, TAF 2005, 406.

[4] La prima pronunzia – favorevole – è infatti Trib.Chieti 10.3.2000 cit.

[5] cfr F.Di Ciommo, Struttura causale del negozio di trust ed ammissibilità del trust interno, TAF 2003, 178; M.Dolzani, Il trust nel sistema pubblicitario del libro fondiario, TAF 2003, 567

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